Antonio Giuseppe Caiazzo, la prima omelia da arcivescovo di Matera-Irsina

OMELIA NEL GIORNO DELL’INGRESSO A MATERA

16 aprile 2016

Con S. Paolo sento di dirvi subito: “A tutti quelli che sono a Matera e nell’Arcidiocesi di Matera – Irsina, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Rm 1,7).

Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza (1 Cor 1,4).

Sento di ringraziarvi tutti, fratelli e sorelle, per l’affetto, l’amore e la gioia con cui mi avete accolto. Mi lascio avvolgere dall’Arcidiocesi di Matera – Irsina, la Sposa che il Signore mi ha donato, ammirandone la bellezza, la semplicità, l’entusiasmo e il desiderio di vivere insieme. Come sposo vengo incontro alla sposa per amarla, custodirla, servirla. “Ognuno mi consideri come servo di Cristo e amministratore dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1). “Perciò anch’io, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere” (Ef 1,15-16).

Nel Vangelo abbiamo ascoltato Gesù che dice: «27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola». Alla luce di questa parola sento di ringraziare ancora una volta Papa Francesco che ha voluto che io venissi in mezzo a voi, gregge del Signore, per essere pastore. E il pastore per guidare il gregge deve stare in mezzo ad esso, conoscerlo, portare addosso la puzza del gregge. Si, cari fratelli e sorelle, desidero stare con voi, in mezzo a voi, parlare a voi, ascoltare la vostra voce ben cosciente che i vostri problemi devono essere anche i miei, le vostre gioie e i vostri dolori mi devono appartenere. “Il Vescovo deve sempre favorire la comunione missionaria nella sua Chiesa diocesana perseguendo l’ideale delle prime comunità cristiane, nelle quali i credenti avevano un cuore solo e un’anima sola (cfr At 4,32). Perciò, a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade. Nella sua missione di favorire una comunione dinamica, aperta e missionaria, dovrà stimolare e ricercare la maturazione degli organismi di partecipazione proposti dal Codice di diritto canonico[34] e di altre forme di dialogo pastorale, con il desiderio di ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fargli i complimenti. Ma l’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti” (EG 31).Ben cosciente, come S. Paolo che “Io ho questo tesoro in vasi di creta, affinchè appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da me (2 Cor 4,7). Riprendendo una frase di S. Pietro davanti alla Porta Bella, vi dico: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho ve lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, camminiamo insieme!».

Questa città, Matera, ritenuta una delle città più antiche del mondo, come meglio di me sapete, ha una storia che si è andata via via evolvendo fino a dare un volto cittadino e un apporto culturale, per arrivare ad ottenere l’attenzione mondiale, arricchendosi non di oro e argento ma di valori umani e spirituali.

La nostra Basilica Cattedrale, nella quale oggi entrerò come pastore per la prima volta, è il simbolo della bellezza, dell’eleganza e rappresenta il cammino artistico e culturale, passando attraverso una serie di dominazioni che, pur provocando distruzioni e morte, hanno saputo impiantare e lasciare pagine che ancora hanno bisogno di essere completamente lette e capite. Sento, a tal proposito, di ringraziare S. E. Mons. Salvatore Ligorio che durante tutti gli anni del suo episcopato qui a Matera si è prodigato affinchè questa stupenda e unica Basilica Cattedrale ritornasse al suo antico splendore. Eccellenza, grazie a nome di tutti i materani. So di poter contare sempre sul suo aiuto come su quello di S. E. Mons. Antonio Ciliberti, mio conterraneo e predecessore. Ringrazio anche Mons. Pierdomenico De Candia che, come Amministrazione Diocesano, ha

Ma permettetemi, in questo momento, che io attinga alle parole di un grande vescovo, morto in odore di santità, che mi ha sempre affascinato, Don Tonino Bello. Il giorno del suo ingresso a Molfetta disse qualcosa che oggi voglio fare mio: ‘Io sono stato inviato a voi a proclamare che Gesù Cristo è risorto ed è l’unico Re e Signore.

Significa affermare la regalità e la signoria dell’uomo.

Significa rifiutare gli idoli del potere, le suggestioni del denaro, il fascino delle ideologie.

Significa andare contro corrente in un mondo che ogni tanto si popola di nuove divinità e obbliga a prostituirsi davanti ad esse.

Significa combattere i soprusi dei più forti, le violenze degli arroganti, le assolutizzazioni delle strutture.

Significa contestare la logica della sopraffazione e dell’asservimento dell’uomo all’uomo.

Significa impedire che i criteri dell’efficienza siano il metro per misurare i fratelli.

Significa impegnarsi perché la paura, la solitudine, la disoccupazione, l’odio, la tortura, la strage, l’emarginazione dei deboli, la squalifica degli umili riducano sempre più nel mondo lo spazio della loro presenza deleteria.

Significa affermare la precarietà dell’angoscia, la provvisorietà del dolore, la labilità della malattia, la caducità della morte…’.

‘…Dovrò essere solo io, come Vescovo, ad assumere questo compito così gravoso nei confronti del mondo? Assolutamente no… Questo compito spetta a tutto il popolo di Dio’.

E aggiungo io, oggi. So benissimo che i tempi che stiamo vivendo sono molto difficili, anche per la Chiesa. Sono tempi in cui l’albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce. Gli scandali dei singoli uomini di Chiesa attirano l’attenzione più del bene silenzioso che viene seminato. Ma è anche giusto perché il male vada estirpato alla radice. La forza del Vangelo di Gesù Cristo sta in una frase che lui stesso dice sulla croce prima di morire: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Gli errori dei singoli continuano a crocifiggere Gesù, mostrando un volto di Chiesa sfigurato, deturpato, abbruttito. La richiesta di Gesù al Padre è preghiera che diventa azione concreta perché sul marcio, le crepe e l’umidità che fanno crollare parti della Chiesa, così come è successo con la nostra Cattedrale, si intervenga affinchè la sua bellezza che è quella del bel Pastore, Gesù, ritorni a splendere in tutta la sua luce e santità.

Questo è il momento di pregare per me e i miei confratelli nel sacerdozio, i diaconi, la vita consacrata e religiosa, che saluto, abbraccio e benedico uno per uno. Cari fratelli e sorelle, chiedete a Dio, per noi, che diventiamo santi, a immagine di Lui che è il tre volte Santo. In quest’anno della misericordia, come ha detto S. E.za il Card. Pietro Parolin, nel giorno dell’inaugurazione della Basilica Cattedrale, c’è bisogno di un restauro interiore per tutti: vescovo, preti, consacrati, laici. E questo tipo di restauro è più difficile perché se il singolo non vuole non potrà avvenire.

Benedetto XVI diceva una cosa molto bella che io sintetizzo con parole mie. Questo momento storico va accettato purchè non ci chiudiamo come un riccio, o ci lasciamo vincere dalla tentazione della lamentela sterile per difenderci. E’ il tempo in cui siamo invitati a lasciarci prendere dalla mano del Signore e stringerla. Ritroveremo sicurezza. Scopriremo di essere un gregge dalla dura cervice, spesso incoerente tra ciò che celebra e ciò che vive, ma il Signore non ci lascerà al destino del peccato. La Chiesa, diceva S. Agostino, è santa in ciò che insegna, infedele negli uomini. Ed è vero. Quando ero parroco a S. Paolo a Crotone (saluto con immenso affetto tutti voi che avete voluto accompagnarmi) dicevo sempre e, oggi ripeto: nella Chiesa non c’è posto per chi si sente a posto.

Papa Francesco ci ricorda: “Nel nostro tempo, in cui la Chiesa è impegnata nella nuova evangelizzazione, il tema della misericordia esige di essere riproposto con nuovo entusiasmo e con una rinnovata azione pastorale. È determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre (Misericordiae VultusV 12)

Il 4 settembre 1964, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Pier Paolo Pasolini presenta il suo sesto film: Il Vangelo secondo Matteo. Un film girato quasi interamente tra il territorio Materano e quello Crotonese. Un ponte tra le due città e il mio paese d’origine, Isola di Capo Rizzuto. Da allora tanti altri film, in entrambi i luoghi, sono stati girati. Una bella coincidenza che oggi lega questi territori e che, proprio perché Matera è stata scelta come città europea della cultura 2019, potrebbe legarci maggiormente in forme di gemellaggi artistico – culturali per dare al nostro Sud quel colpo di reni necessario affinchè esprima il suo vero volto. Un volto intriso di quell’umanesimo di cui il Convegno Ecclesiale di Firenze ci ha parlato. Ritengo che Matera, come città europea per la cultura, possa ricevere dalla Chiesa un forte contributo mettendo a fuoco:

Un umanesimo in ascolto. Ascoltare l’umano significa, dunque, vedere la bellezza di ciò che c’è, nella speranza di ciò che ancora può venire, consapevoli che si può solo ricevere. Altra sentita raccomandazione riguarda il primato di un umanesimo incarnato («La realtà è superiore all’idea» leggiamo in Evangelii gaudium 233), che offre risposte concrete alle sfide odierne.

Un umanesimo concreto. “Concretezza” significa parlare con la vita, trovando la sintesi dinamica tra verità e vissuto, seguendo il cammino tracciato da Gesù. I volti degli uomini e delle donne che oggi sono la carne della Chiesa di Matera – Irsina, con le sue rughe, più o meno profonde.

Un umanesimo plurale e integrale. L’accesso all’umano, difatti, si rinviene imparando a inscrivere nel volto di Cristo Gesù tutti i volti, perché egli ne raccoglie in unità i lineamenti come pure le cicatrici. Ma contemplati «alla luce del vangelo», come suggerisce Gaudium et spes 46, si rivelano piuttosto una miriade di frammenti, non semplicemente inutili, da spazzare via.

Un umanesimo d’interiorità e trascendenza aprendo spazi di silenzio e di preghiera nelle parrocchie e nelle famiglie, nelle associazioni e nei movimenti, per offrire nella quotidianità il pane della Parola (lectio divina), il sostegno dell’Eucaristia (liturgia e adorazione eucaristiche) e la compagnia nel cammino (guida spirituale).

Tutto si realizzerà se avremo il coraggio di non rimanere nel chiuso delle nostre case, delle nostre idee, dei nostri pregiudizi, vincendo quella miopia che spesso ci ha penalizzati e ci ha fatti chiudere nelle nostre sicurezze che il tempo ha letteralmente sgretolato. Dobbiamo avere il coraggio allora di seguire queste vie che ormai dovremmo ben conoscere:

La prima via: uscire per vincere la diffidenza umana verso le cose di Dio. La città dove l’uomo abita, rimane “luogo delle vicende umane e della teofania” e offre sempre e comunque la possibilità del bene: la misericordia, la “conversione” a Dio, la trasformazione dell’umano. Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio…che vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso. (EG71).

La seconda via: annunciare. Di fronte a problematiche che ci interpellano seriamente possiamo tacere? Possiamo annunciare il Vangelo senza parlare di legalità, di diritto, di giustizia, di mafie, di questioni etiche? Gesù dice: “La verità vi farà liberi”. Non possiamo rinunciare alla verità che equivale a giustizia. E tutti sappiamo che la giustizia non è condanna definitiva. E’ educativa. Qui nasce la misericordia. Il mio primo atto, domattina, sarà proprio quello di andare nel carcere della città. Per fare cosa? Annunciare il Vangelo di Gesù Cristo e aprire la porta della misericordia divina. Chi ritorna a Dio ritorna alla città, all’uomo che riscopre come suo fratello e non come un nemico da combattere, eliminare o frodare.

La terza via: Abitare per Incontrare. La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. (EG 46).

È indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati: i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati, ecc. – Il mondo del lavoro, segnato dalla crisi economica, si avverte su tutto il territorio della nostra Arcidiocesi e, a Matera, dalla crisi del polo del mobile imbottito in modo particolare. Penso alla gravissima piaga della disoccupazione di tanti giovani della nostra Arcidiocesi. Nella mia visita privata a Irsina, i confratelli sacerdoti mi dicevano che la cittadina si è letteralmente dimezzata nel numero di abitanti. E’ un problema serio e la dottrina sociale della Chiesa ci insegna che farci carico di come abitare le nostre città e di come viverle non è marginale per il cristiano. Comporta un impegno nei diversi ambiti come la politica, la sanità, l’impegno sindacale. I cristiani non possiamo essere latitanti. I nostri giovani non possono essere mortificati perché vedono il futuro senza speranza. L’orizzonte del bello, della gratificazione, del sentirsi protagonista di una storia che si scrive con gioia ed entusiasmo, non può essere relegata e soffocata nella ricerca di paradisi artificiali per narcotizzare la delusione e l’amarezza. Cari giovani, ve l’ho detto e, oggi, lo ripeto: voglio sognare con voi! Con voi, voglio sognare in grande! Ho bisogno della vostra freschezza ed energia; delle vostre potenzialità e idee: io, ripeto: non ho né oro, né argento. Quello che ho ve lo dono!

Papa Francesco ci ricorda che i migranti sono una particolare sfida. Io e voi confratelli sacerdoti siamo chiamati ad Pastori di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Non dobbiamo avere paura di temere la distruzione dell’identità locale, ma capaci di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro! (EG 210).

La quarta via: educare. E’ il programma pastorale della Chiesa italiana per questo decennio che stiamo vivendo. Cosa significa oggi educare? E’ urgente ricostruire le grammatiche affettive ed educative. C’è molta confusione, poca chiarezza. Penso alla questione “Gender”, alla famiglia fortemente minata e alla crisi che sta vivendo. Nel nostro territorio la famiglia è ancora solida, ma i segni di fragilità, indotta da modelli culturali di impronta relativista, iniziano a farsi sentire in maniera non trascurabile. Come cristiani dobbiamo necessariamente affrontare le problematiche che, per dirla con Papa Francesco, non sono scevre da “colonizzazioni ideologiche”. Il rischio è che spesso usiamo una grammatica e una sintassi non proprio correte. Si parla senza sapere cosa si sta dicendo. Si dice ma solo per sentito dire o per presa di posizione spesso ideologica. Anche noi cristiani abbiamo un linguaggio povero, forse perché ci accontentiamo solo di quello che ci dice la TV o il quotidiano al quale siamo legati. Per educare dobbiamo lasciarci educare e non strumentalizzare. Le nostre relazioni umane e spirituali si costruiscono certamente nel dialogo e nel rispetto delle idee altrui, ma difendere l’identità cristiana e i principi che la caratterizzano non significa essere arretrati. Significa essere fedeli a Dio e all’uomo perché creati a sua immagine e somiglianza. Sarà importante continuare il dialogo con i “cercatori di Dio” e quanti “abitano il cortile dei Gentili.” La famiglia sta fortemente risentendo della crisi globale perché le relazioni sono sempre più virtuali che non di contatto prettamente umano. L’affettività e la ricerca ossessiva del piacere sta sfigurando l’amore e lo stesso corpo visto come strumento di piacere e di commercio (penso all’utero in affitto). Il rischio è che il nostro corpo diventi una macchina che produce figli su comandi computerizzati e non più come dono che Dio fa a un uomo e a una donna che si amano e concepiscono, continuando la creazione. 

La quinta via, l’ultima: trasfigurare

Sicuramente è la via più impegnativa. Alla base di tutto ci dev’essere l’esperienza del Tabor, Gesù che si trasfigura davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. E’ la luce di Dio che illumina e trasforma le menti, il cuore, la carne per riconsegnarsi a lui. “E’ bello per noi stare qui” dice S. Pietro. Una bellezza che indica il movimento di un ritorno da parte dell’uomo alle sue origini: riconsegnare a Dio ogni cosa, quanto abbiamo ricevuto, i nostri affetti, le nostre cose, il Creato nel quale siamo stati posti come custodi e che purtroppo gli interessi di pochi, il business, l’economia, l’ecomafia, ha deturpato e sfruttato. Allora “trasfigurare” significa, per noi cristiani, rileggere tutto in Cristo, affinchè ogni cosa ritorni a mostrare la luce che parla di Dio. Ciò significa dare un senso nuovo alla realtà. Penso in questo momento agli anziani della casa di riposo Mons. Brancaccio. Guariti dalla luce del Risorto ci si sente impegnati a ridare all’uomo, oltre la sua età, quella dignità che fa respirare il divino. Il bello, il sano, il vero, l’autentico che saremo capaci di mostrare ci proietterà verso un futuro che non sarà la fine di tutto con la morte ma l’inizio di ciò che chiamiamo vita eterna.

Come vedete le linee programmatiche del vostro vescovo di Matera – Irsina seguono quanto Papa Francesco riassume nell’Evangelii Gaudium, quanto la Chiesa italiana ci ha detto nell’ultimo Convegno ecclesiale di Firenze, le linee dei vescovi italiani per questo decennio.

Affido alla vostra preghiera, carissimi, questi pensieri, affinchè insieme possiamo agire e operare per l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, desiderando il bene comune. Mi rivolgo alla Madonna della Bruna: sento che prega per me e con me, per noi e con noi. Invoco la protezione dei santi Giovanni da Matera, Eufemia, Eustachio, Francesco da Paola su tutti noi. E così sia.

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